Diabete
Su questa malattia del diabete, che sta assumendo proporzioni epidemiche, ho intenzione di scrivere delle considerazioni approfondite, frutto anche di alcune mie esperienze.

Per ora mi limito tuttavia, poichè mi sembra la cosa più urgente, ad indicare alcuni metodi non abbastanza conosciuti per evitare le complicazioni e, più sotto, a pubblicare alcune recenti notizie su questa malattia.

Accenno inoltre al fatto che, anche per il diabete è utile ottimizzare la respirazione con il metodo Buteyko (v. sezione del sito dedicata al Metodo Buteyko); si ottiene in questo modo una ottimizzazione della produzione di energia e della circolazione, con un effetto favorevole sulle condizioni di salute di tutto l’organismo.

L’influsso negativo del latte e dei latticini sul diabete

Due recenti studi confermano che il latte (ed i formaggi e tutti i prodotti a base di latte) peggiorano decisamente la resistenza all’insulina responsabile del diabete di tipo 2.

Da tempo si leggevano in varie riviste scientifiche le ipotesi riguardanti la responsabilità dei latticini in relazione al diabete, sia di tipo 1 che di tipo 2, senza che per altro si potesse arrivare ad una conclusione sicura.

Due recenti approfondimenti sembrano ora aver eliminato le incertezze, attribuendo un sicuro influsso dannoso a questi alimenti, almeno per quanto riguarda la resistenza all’insulina e quindi il diabete di tipo 2.

Nel febbraio di quest’anno il periodico “American Journal of Epidemiology” ha riferito i risultati di uno studio in tal senso, e questi risultati sono stati confermati da un’altro studio recente, pubblicato nel numero di marzo dell’”European Journal of Clinical Nutrition” (2005 Mar; 59(3): 393-8), in cui sono riferiti i risultati della sperimentazione effettuata presso il Dipartimento dell’alimentazione umana e Centro per gli studi sui cibi della Reale Università veterinaria e per l’agricoltura di Frederiksberg, Danimarca (paese in cui vi è notoriamente un grande consumo di latte) .

In questo studio, dei bambini di 8 anni (è impressionante che al giorno d’oggi si parli di resistenza all’insulina già in bambini di 8 anni!) sono stati divisi in tre gruppi: al gruppo di controllo non è stata data nè carne nè latte, al secondo gruppo sono stati dati 53 grammi al giorno di proteine della carne, ed al terzo gruppo 53 grammi di proteine del latte.

Alla fine dello studio i valori che denotano la resistenza all’insulina nel terzo gruppo, al quale erano state date le proteine del latte, erano raddoppiati, mentre negli altri due gruppi erano rimasti invariati.

Vi è da osservare, a tale proposito, che lo studio attribuisce la responsabilità in particolare alle proteine del latte.

Sarebbe quindi inutile cercare di evitare il pericolo usando prodotti a base di latte magro o con un minore contenuto di lattosio (zucchero del latte).

Per chi è a rischio o è già ammalato di diabete 2, sembrerebbe pertanto preferibile rinunciare ai latticini (in prima linea ai gelati, creme e yogurt dolci!) e, se proprio non ci si riesce, prendere almeno prodotti a base di latte di capra o pecora, (nei quali le proteine hanno caratteristiche diverse rispetto a quelle del latte di mucca) e non prenderne grandi quantità.

L’osservazione che mi viene infatti subito in mente leggendo i risultati di questo sutdio è che ai bambini è stata data in effetti una quantità elevatissima di proteine del latte (53 gr. al giorno, corrispondenti in un adulto ad una quantità di circa 100 grammi); un normale vasetto di yogurt o un bicchiere di latte hanno non più di 5 gr. di proteine.

Bisogna invece fare attenzione con i formaggi, con i quali è più facile arrivare senza accorgersene ad assumere 50-100 gr. di proteine.

E’ tuttavia interessante osservare anche che secondo certi, responsabile dell’effetto negativo del latte sul diabete ed in genere sulla salute, sarebbe la pastorizzazione (o, ancora peggio, il trattamento UHT) alla quale è necessariamente sottoposto il latte; la pastorizzazione porterebbe infatti ad una deformazione dannosa della struttura delle proteine del latte, diversa rispetto a quella delle proteine della carne.

Peccato, aggiungo, che nello studio non sia stato accertato l’effetto di proteine di latte crudo (non pastorizzato nè sottoposto ad altri trattamenti).

Si sarebbe trattato comunque di un approfondimento privo di utilità pratica, poichè le attuali condizioni igieniche di produzione e trasporto del latte non consentirebbero certo di assumere latte crudo, che presenterebbe un grave rischio di contaminazioni batteriche; a meno che non provenga da allevamenti sottoposti a ripetuti rigorosissimi controlli e quindi autorizzati a vendere latte crudo (come avviene ad es. in Germania dove, in certi negozi si trova il latte crudo rigorosamente controllato, ad un prezzo triplo rispetto a quello del latte normale), o a meno che non si abbia una capretta nel proprio giardino, delle cui condizioni di salute ed igieniche si possa essere sicuri!

Link per chi voglia documentarsi sull’argomento, da una prospettiva rigorosamente contraria al latte: www.notmilk.com

Dalla lucertola una nuova medicina contro il diabete di tipo 2

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Una lucertola maculata che vive nel deserto del Sud Ovest degli Stati Uniti, la Gila, porterà tra breve novità molto interessanti per la cura del diabete di tipo 2. Sta infatti per essere messo in commercio negli Stati Uniti un farmaco,l’exenatide, estratto da questa lucertola.

A quanto affermato dal Presidente della American Diabetes Association, si tratterebbe di una delle novità più importanti registrate negli ultimi anni, che intruduce un approccio completamente nuovo nel trattamento del diabete.

La caratteristica della lucertola Gila è di avere un metabolismo energetico che le consente di vivere nutrendosi soltanto quattro volte in un anno.

Ciò grazie alla regolazione del metabolismo degli zuccheri e dell’assorbimento intestinale operato da un ormone, l’exendin-4, prodotto dalle sue ghiandole salivari. Ormone che ha caratteristiche funzionali molto simili a quelle di un ormone prodotto dall’organismo umano, il Glp-1 (Glucagon-like peptide-1), detto anche “secretina”.

La particolarità metabolica della Gila ha ispirato i ricercatori della Lilly e della Amylin Pharmaceuticals, in ricerche e sperimentazioni durate oltre un decennio, a sintetizzare una molecola, registrata col nome di exenatide, analoga all’ormone presente nella saliva della lucertola, divenuta capostipite di una nuova classe di farmaci denominati “incretino-mimetici” (o “mimetici dell’incretina”) poichè svolgono una funzione simile a quella dell’incretina umana.

Nella persona normale l’aumento di glucosio dopo i pasti stimola le cellule beta del pancreas alla secrezione di insulina (la cui principale funzione è quella di agevolare l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule ) e contemporaneamente riduce la secrezione da parte delle cellule alfa del pancreas del glucagone, la cui funzione, contraria a quella dell’insulina, è quella di mantenere una certa concentrazione di glucosio nel sangue durante il digiuno o in periodi di inadeguato apporto di carboidrati.

Contemporaneamente si verifica un’attività umorale del tubo digerente attraverso la secrezione di alcuni ormoni, fra cui il Glp-1, o incretina, e il Gip (Polipeptide gastrico inibitore).

Questi ormoni rallentano lo svuotamento gastrico e quindi l’assorbimento intestinale dei carboidrati.

Nei pazienti con diabete tipo 2 oltre ad aversi una progressiva riduzione della produzione di insulina da parte delle cellule beta del pancreas e una “resistenza” all’azione della stessa da parte delle cellule periferiche, si ha anche una riduzione dei livelli post-prandiali di Glp-1.

Gli studi clinici portati a termine negli Stati Uniti (condotti in più centri in doppio cieco) su diabetici che, sebbene correttamente trattati secondo gli usuali criteri, avevano un compenso metabolico insoddisfacente, hanno evidenziato che l’exenatide ha permesso il raggiungimento del compenso metabolico in oltre la metà dei partecipanti.

Si è inoltre dimostrato che l’exenatide riduce le concentrazioni post-prandiali di glucagone, rallenta lo svuotamento gastrico e di conseguenza l’assorbimento dei carboidrati, agisce modificando il senso di sazietà, per cui si riduce il consumo di cibo, ottenendosi, di conseguenza, una significativa riduzione del peso corporeo.

Sembra che l’exenatide sia in grado di ripristinare la capacità delle cellule beta di produrre insulina subito dopo il primo influsso derivante dalla presenza di glucosio nel sangue: la “risposta insulinica di prima fase”, che rappresenta la normalità ma che viene perduta precocemente nei pazienti con diabete di tipo 2.

Uno svantaggio di questa medicina è che non può essere assunta per via orale e deve essere iniettata; il vantaggio è che, a differenza dell’insulina, abbassa lo zucchero nel sangue solo quando è alto, e non quando è già basso, e quindi non può provocare pericolose crisi ipoglicemiche.

Il vantaggio più importante però mi sembra quello che si tratta di un analogo di una sostanza, l’incretina, che a quanto pare nei diabetici non è prodotta correttamente e che ha una serie di funzioni, alcune non ancora completamente accertate, nell’intestino, nel pancreas, nel fegato e nel cervello.

Viene così riprodotta nell’organismo di diabetici di tipo 2 una situazione fisiologica più analoga a quella di un organismo sano.

Diabete di tipo 1: una nuova medicina

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Per la prima volta è stata autorizzata la messa in vendita di un nuovo medicinale contro il diabete di tipo I (insulinodipendente). Inoltre, del tutto a sorpresa, una medicina somministrata nell’Ospedale di Verona contro la leucemia ha eliminato, in un paziente leucemico, la necessità delle iniezioni d’insulina di cui questo paziente paziente aveva bisogno da decenni.

Vedo, nella mia attività medica, un aumento impressionante dei casi di diabete ed obesità. Ora vorrei qui informare su due notizie per certi versi stupefacenti, che dimostrano quanto ci sia ancora da studiare e capire in questa malattia.

1) Un paziente al quale è stato somministrato un medicinale di recente messo sul mercato contro la leucemia (il Gleevec), non ha più bisogno dell’insulina che da molti anni si doveva iniettare per il diabete. Non sono ancora chiari i motivi per i quali il Gleevec produce questo effetto (si parla di possibili meccanismi relatici alla proteina chinasi C). Non è ovviamente il caso di pensare che i diabetici insulino dipendenti non leucemici inizino ad assumere anche loro questa medicina; potrebbero infatti esserci pesanti effetti collaterali. Occorre aspettare che siano chiariti un po’ meglio i meccanismi attraverso i quali il Gleevec produce questo inaspettato “effetto secondario”, e in quali casi ci si possa attendere questo effetto.

2) E ‘ stata alcuni giorni fa (16 marzo 2005) diffusa la notizia che la FDA ha in America autorizzato, dopo un ventennio di sperimentazioni, la vendita a diabetici adulti insulinodipendenti sia di tipo I che di tipo del medicinale Symlin, il quale fa calare il tasso di zucchero nel sangue. Diciamo subito che il Symlin potrebbe a prima vista non sembrare ai diabetici un grosso progresso, poichè non può essere assunto per bocca e deve essere iniettato. Inoltre, se iniettato in dose eccessiva rispetto alle esigenze, comporta lo stesso rischio di ipoglicemia (zucchero troppo basso nel sangue) che vi è se si inietta troppa insulina. Inoltre non è nemmeno possibile mescolare in una sola siringa sia l’insulina che il Symlin ed occorre iniettarli con due iniezioni separate. “Bel progresso,” dirà ora qualcuno, “ma valeva la pena di sperimentare per 20 anni per arrivare ad un prodotto del genere?”.

La mia conlcusione è che ne valeva la pena, e che si tratta in effetti di un grosso progresso. Eccone il motivo: si è accertato che le cellule beta del pancreas, (quelle che producono l’insulina e che nel diabete giovanile vengono distrutte da un attacco autoimmunitario, e nel diabete degli adulti sono esaurite dallo stimolo continuo a secernere l’insulina necessaria per superare l’insulino-resistenza), quando sono sane non producono solo insulina ma anche altre sostanze, come il peptide C e l’amilina. Il Symlin di cui è stata ora in America autorizzata la vendita al pubblico è appunto una versione sintetica di questo ormone, l’amilina, che le cellule beta in buona salute normalmente producono insieme all’insulina, e che nei diabetici insulino dipendenti non viene più prodotto.

Mi sembra logico pertanto che, se si vuole ristabilire nei diabetici le cui cellule beta non funzionano più, una situazione il più possibile fisiologica e vicina a quella delle persone sane, si debbano somministrare dall’esterno tutte le sostanze che le cellule beta producono in condizioni normali, e non solo l’insulina.

Se un organismo sano produce non solo insulina ma anche amilina, se ne dovrebbe dedurre che la natura ha affidato all’amilina dei compiti, magari oggi non ancora conosciuti, e forse uno dei motivi per i quali nei diabetici, nonostante un controllo ottimale, a volte non si riescono a prevenire le complicazioni, è appunto quello che in questi diabetici non manca solo l’insulina ma anche le altre sostanze normalmente prodotte da un pancreas sano.

Quanto poi al diabete degli adulti, è noto che la causa della loro malattia non è la mancanza di insulina ma la resistenza all’effetto dell’insulina che, per superare questa resistenza viene nei primi tempi della malattia prodotta in quantità superiore al normale, finchè le cellule beta non sono esaurite da questo sforzo e quindi viene a mancare l’insulina anche in questi diabetici.

Non sono ancora del tutto note ed accertate le cause della resistenza all’insulina. E se fosse la mancanza dell’amilina ad impedire all’insulina, in questi diabetici, di svolgere appieno il suo effetto?

Mi sembra quindi che valga comunque la pena di fare uno sforzo e di ristabilire una situazione il più possibile analoga a quella di un organismo sano, iniettando dall’esterno non solo l’insulina ma anche l’amilina, che nei diabetici l’organismo non produce più.

Mi sono pertanto subito messa in contatto con la “Amylin” (la casa farmaceutica che ha sviluppato il Symlin) per chiedere le indicazioni ed istruzioni dettagliate sul suo impiego, e anche se purtroppo non è ancora in vendita in Italia, intendo consigliarlo ai diabetici ai quali potrebbe essere utile e che abbiano la possibilità di procurarselo.

Il Symlin agisce a quanto pare rendendo più lenta l’assimilazione dei carboidrati nello stomaco, ed anche attraverso meccanismi epatici, e consente anche una diminuzione del peso nei diabetici obesi.

Occorre dosarlo con molta attenzione perchè ha un forte effetto ipoglicemizzante e quindi, quando si inietta il Symlin, bisogna subito iniziare a ridurre consistentemente la quantità di insulina iniettata.

Le complicazioni del diabete: come evitarle

Il diabete, malattia in continuo aumento, è un grande peso, anche psicologico, per gli ammalati, non tanto per la necessità di restare a dieta (la dieta alla quale si devono attenere i diabetici è più o meno uguale a quella che dovrebbe seguire chiunque voglia restare in buona salute) e nemmeno per la necessità di prendere medicine o fare iniezioni d’insulina, alle quali ci si abitua presto, ma piuttosto per il timore delle complicazioni che il diabete può causare: dai problemi ai reni a quelli agli occhi ed al sistema cardiocircolatorio.

Uno stretto controllo del tasso di zucchero nel sangue (non deve essere nè troppo alto nè troppo basso) è ovviamente il primo requisito per evitare le complicazioni ed è stato provato che i diabetici ben controllati soffrono di queste complicazioni molto meno di quelli mal controllati.

A volte però, nonostante il buon controllo, le complicazioni appaiono ugualmente.

Si ipotizza pertanto che mentre indubbiamente una parte delle complicazioni è causata dal tasso di zucchero, vi sia invece in alcuni diabetici una parte delle complicazioni che non è causata dal livello di zucchero nel sangue, ma da una causa primaria non conosciuta (scommetterei però sullo stato d’infiammazione cronica di lieve intensità!) che causa a sua volta sia il diabete sia i problemi considerati come complicazioni sorte dal diabete.

Lasciando da parte questo discorso sulla causa, sulla quale vi sarebbe molto da dire, torniamo al discorso di come evitare le complicazioni.

Se si trovasse un preparato che consente di evitare queste complicazioni, i diabetici si sentirebbero quasi guariti e si tratterebbe per loro della migliore notizia possibile subito dopo quella della scoperta, ancora elusiva, di un modo per guarire il diabete.

Ebbene, i diabetici possono prepararsi a questa buona notizia: la scoperta di un modo che consente, con un buon margine di probabilità, di evitare gran parte delle complicazioni dal diabete è già avvenuta, da molti anni!

Non è possibile -direte voi- se così fosse ne avrebbero parlato tutti i giornali e tutti i medici lo saprebbero e lo avrebbero consigliato. E invece questo preparato esiste: si tratta di una forma modificata della vitamina B1.

Anch’io ero scettica ma ho dovuto ricredermi dopo aver letto gli approfondimenti scientifici pubblicati su riviste di tutto rispetto.

Anche se studi e sperimentazioni cliniche non fossero state effettuate, e vi fossero soltanto esperienze “aneddottiche” considerate scientificamente non rilevanti, varrebbe comunque la pena di prendere questo preparato, visto che è comunque sicuramente innocuo e non caro, ma ciò che lascia perplessi è invece che queste sperimentazioni scientifiche e studi clinici esistono (ovviamente sono stati fatti in gran parte su animali, perchè per accertare con sicurezza che non si verificano complicazioni in un gruppo di diabetici occorrerebbe aspettare i 10-30 anni dall’inizio del diabete dopo i quali le complicazioni in genere si presentano, ma esistono anche studi fatti su persone che hanno fatto regredire le manifestazioni di polineuropatia ed hanno dimostrato come la benfotiamina blocchi i sentieri chimici che provocano i danni collegati alle complicazioni) e sono stati pubblicati su riviste scientifiche rinomate (ad esempio “Nature Medicine” del febbraio 2003); qualunque ricerca sulla banca dati medici Pubmed consente di reperire numerosi articoli sull’argomento ( v. ad es. N.Karachalias et al. “Accumulation of frusosyl-lysine and advanced glycation end products in the kidney, retina, and peripheral nerves of spreptozotocin-induced diabetic rats”, su Transactions of the Biochemmical Society, vol.31, part 6 (December,2003)1423-1425), in cui si afferma che “stanno emergendo le prove che l’assunzione di benfotiamina consenta di prevenire le complicazioni, macrovascolari, microvascolari e neurologiche, del diabete”.

Ma cos’è esattamente la benfotiamina?

Si tratta di una forma modificata della vitamina B1. Mentre la vitamina B1(tiamina) è solubile nell’acqua, la benfotiamina è solubile nel grasso, e può essere quindi assimilata ed immagazzinata meglio nel corpo.

Non si tratta di un preparato farmaceutico brevettato (non sto facendo propaganda per nessun medicinale), ma di una sostanza naturale non brevettabile e che chiunque può produrre e mettere in commercio.

E forse questo spiega come mai la benfotiamina non sia molto conosciuta: non viè infatti alcuna casa farmaceutica pronta a spendere grandi cifre per organizzare seminari in cui invitare medici per esporre i vantaggi del proprio prodotto, o a fare pubblicità sui giornali per poi vedere, dopo esser riuscita a far conoscere il preparato, altre aziende libere di mettere anche loro in vendita lo stesso identico preparato e raccogliere i vantaggi di una campagna pubblicitaria per la quale non hanno dovuto spendere nulla.

E’ questo il motivo per cui ad es. la Woerwag, che in Germania produce da diversi anni il “Milgamma” (a base appunto di benfotiamina), non ha fatto particolari sforzi per farlo conoscere ed ora, a seguito delle pubblicazioni sopracitate e grazie alla rapidità con cui le notizie si diffondono con internet, numerosi altri produttori di vitamine e medicine naturali, hanno messo in commercio pastiglie di benfotiamina.

Un effetto di prevenzione delle complicazioni che, a quanto pare e come dimostrerebbero alcune sperimentazioni effettuate, sarebbe ancora più forte e spiccato di quello della benfotiamina è attribuito dalla piridossamina, una forma modificata della vitamina B6.

Una ditta americana, la BioStratum, sta portando a termine le sperimentazioni cliniche per il proprio preparato (Pyridorin) a base appunto di piridossamina e, visto che si tratta anche qui di un preparato del tutto innocuo, naturale e non brevettabile, altri produttori hanno iniziato a mettere in vendita pastiglie di piridossamina (per ora, che io sappia, solo in America).

Infine, si è studiata si si sta ancora studiando, da anni, un’altra sostanza che, a quanto pare, evita le complicazioni del diabete: l’aminoguanidina.

Si tratta tuttavia di una sostanza sulla quale, anche se è già venduta da alcuni (non in Italia) avrei alcune perplessità perché alcuni studi hanno dimostrato degli effetti collaterli, pur lievi.

Meglio forse ripiegare sulla carnosina e sull’erba galega officinalis, che agiscono contro le complicazioni tramite meccanismi simili, anche se meno forti, a quelli dell’aminoguanidina.

Coraggio dunque! Anche se per ora è non si è trovato come guarire da tutte le forme di diabete (sono stati tuttavia scoperti nuovi medicinali efficaci sui ho scritto in precedenti interventi, e vi sono numerose terapie nautrali che mi hanno dato buoni risultati) è possibile, controllando bene il tasso di zucchero nel sangue, facendo una vita sana (movimento e buona alimentazione) e prendendo inoltre le forme modificate di vitamine B sopra indicate, evitare le complicazioni del diabete.

Attenzione: dati gli aspetti problematici e delicati del diabete ripeto qui, con enfasi ancor maggiore, l’avviso che scrivo sempre: quello che scrivo in questo sito ha solo scopo informativo-divulgativo di carattere generale.

Ogni ammalato è un caso singolo a parte e quindi prima di assumere le sostanze menzionate nei miei interventi, anche se naturali, occorre consultare il proprio medico, che solo può valutare le possibili conseguenze ed eventuali interazioni con altri farmaci.

L’eccesso di rame danneggia i diabetici

In base a studi autorevoli effettuati presso l’Università della capitale della Nuova Zelanda, tenere sotto controllo i livelli di rame nell’organismo sarebbe per i diabetici altrettanto importante quanto il tenere sotto controllo i livelli di zucchero.

E’ possibile trarne già ora indicazioni operative di sicura inocuità e probabile efficacia.

A seguito dei primi risultati già conseguiti, l’organo americano di controllo dei farmaci (FDA) ha concesso la “corsia preferenziale” (fast-track) per il completamento della sperimentazione ad un farmaco (il Laszarin, prodotto da una azienda neozelandese, la Protemix) che agisce contro le complicazioni, in particolare cardiache, provocate dal diabete a seguito dell’accumulo di rame ossidato nell’organismo.

Anche prima che il farmaco venga approvato dalla FDA e messo in commercio, si possono trarre, a seguito degli studi effettuati, alcune indicazioni operative sicuramente innocue e probabilmente efficaci in numerosi casi contro alcuni tipi di complicazioni da diabete.

Da uno studio riportato nell’ultimo numero della rivista internazionale Diabetes, della American Diabetic Association, si deduce, come osservato dal direttore della sperimentazione fin qui effettuata, che potrebbe essere altrettanto importante controllare i livelli di rame ossidato nell’organismo quanto il tenere i tassi di glucosio nel sangue a livelli normali.

Questo studio osserva che livelli anormali di rame ossidato si accumulano nell’organismo dei diabetici, e sostiene l’ipotesi che un trattamento con medicine che eliminano l’eccesso di rame dall’organismo possa ridurre l’incidenza in particolare di cardiopatie.

La ricerca condotta dal professore Garth Cooper presso l’Università di Auckland potrebbe aiutare a ridefinire il trattamento del diabete.

Come afferma il prof. Cooper: “La ricerca contribuisce in gran parte a farci assumere un nuovo orientamento nel trattamento dell’insufficienza cardiaca e di altre complicazioni cardiovascolari nei diabetici…

I tessuti dei diabetici a rischio hanno tendenza ad accumulare livelli elevati di rame ossidato (rame (II)) e, correggendo questo squilibrio, la situazione dovrebbe migliorare. Si tratta di un cambiamento fondamentale nella nostra comprensione dell’evoluzione della malattia e nel modo di trattarla.

Oltre agli agenti che abbassano i tassi di glucosio, le medicine che controllano il tenore di rame potrebbero avere un’azione benefica nei diabetici di tipo 2.

Dovremmo potere far regredire le cardiopathie e le complicazioni vascolari.” Mark Yeager, professore presso i dipartimenti di biologia cellulare e di biologia molecolare e direttore della ricerca cardiovascolare al Scripps Research Institute di La Jolla, California, afferma: “Ciò potrebbe avere un impatto straordinario nel trattamento della cardiopatia diabetica, rispondendo ad una necessità clinica attualmente non soddisfatta”.

Oltre al controllo dei tassi di glucosio, spesso i diabetici dell’età adulta sono trattati con statine per prevenire le malattie coronariche.

Si tratterebbe ora di un cambiamento di visuale, che porta a tenere conto dello squilibrio dei metalli nel trattamento delle malattie del muscolo cardiaco nei diabetici.

Kenneth Reid, professore di immunochimica all’università di Oxford, ha aggiunto: “L’anno scorso il gruppo del professore Cooper ha annunciato che la trientine (contenuta nel preparato, il Laszarin, che attualmente sta completando la sperimentazione) sembra fare arretrare la cardiopatia nei diabetici e potrebbe condurre ad un intervento più efficace contro una causa importante di mortalità nel mondo intero.

Queste prove cliniche dovrebbero essere seguite da vicino dai dottori.

Il diabete dell’età matura è non raramente accompagnato da un aumento del volume del cuore, e da problemi cardiaci che costituiscono importanti cause di mortalità. I lavori dei ricercatori dell’Università di Auckland hanno dimostrato che un trattamento di sei mesi con la trientine ha consentito, in pochi mesi, una diminuzione delle dimensioni del cuore e della rigidità del collagene nei diabetici che assumevano il Laszarin, mentre nei diabetici del gruppo di controllo nello stesso periodo le dimensioni del cuore sono ulteriormente aumentate.”

Dopo aver letto questi interessantissimi articoli, che aprono nuove prospettive nella prevenzione delle complicazioni del diabete, sono però rimasta abbastanza perplessa nel vedere che, anzichè trarre alcune considerazioni ed indicazioni pratiche di immediata utilità per i diabetici, i commentatori concludono riportando l’osservazione della Protemix, che “Se anche le prove cliniche della fase III si concluderanno in modo positivo, il Laszarin(MC) avrà un mercato mondiale potenziale di più di tre milioni di diabetici che sofforno d’insufficienza cardiaca.”

Più delle prospettive di guadagno finanziario della ditta farmaceutica Protemix (alla quale pure auguro ogni bene, poichè ha avviato, con spese ingenti, delle sperimentazioni che aprono nuove prospettive), avrei voluto leggere nella prestigiosa rivista Diabetes, alcune raccomandazioni pratiche per i diabetici, che a mio avviso si impongono, ed alcune precauzioni che possono essere adottate anche senza attendere la conclusione della III fase di sperimentazione del Laszarin.

Quale medico che ha approfondito, tra le varie terapie di medicina “non convenzionale”, la terapia chelante, conosco bene i danni enormi per la salute che possono provocare i metalli inquinanti purtroppo diffusi nel nostro ambiente (dal piombo al mercurio al cadmio ecc.) a causa dell’inquinamento.

Quello che invece è per certi versi anche per me sorprendente è l’argomento, che sto attualmente approfondendo, del danno che possono provocare anche alcuni metalli, pur benefici ed anzi indispensabili per la vita, (come il ferro, il rame ed altri), quando sono presenti nell’organismo in una quantità superiore anche di poco a quella ottimale;(si tratta comunque di cosiddetti metalli-traccia, che svolgono funzioni vitali nell’organismo pur essendo presenti in quantità infinitesimali).

Ho accennato in un altro intervento al pericolo derivante dal ferro in eccesso (intendo tra l’altro approfondire l’argomento, anche in relazione al diabete), ed ora a quanto pare bisogna fare attenzione al pericolo che può derivare anche dal rame in eccesso.

Si riteneva fino a poca fa che le malattie in cui cui l’organismo trattiene quantità eccessive di ferro (l’emocromatosi) e di rame (il morbo di Wilson), fossero malattie genetiche molto rare, mentre sembra ora che la tendenza ad accumulare, pur in quantità inferiore un eccesso di questi due metalli sia più diffusa di quanto non si pensasse.

Nel morbo di Williams si vedono tra l’altro, provocati dal rame in grande eccesso, proprio i tipi di danni che affligono i diabetici, dai disturbi neurologici (a volte in alcuni anziani ai quali è stato diagnosticato il Parkinson bisognerebbe invece controllare il livello di rame, perchè è possibile che soffrano invece del morbo di Williams), ai danni ai reni, al cuore ed alla circolazione, al fegato e al pancreas.

Quali indicazioni pratiche può trarre un diabetico da quanto sin qui detto?

A mio avviso sarebbe opportuno accertare i livelli di rame nell’organismo e, se sono su livelli medio-alti, senza necessità di attendere che venga messo sul mercato il Laszarin, iniziare con alcune precauzioni semplicissime, come quella di evitare i cibi ad alto contenuto in rame (crostacei e molluschi, cioccolata e noci), controllare il livello di rame nell’acqua che si beve (le tubature di alcuni vecchi edifici a volte rilasciano rame nell’acqua), eliminare pentole di rame e soprattutto fare attenzione a che gli integratori vitaminici-minerali eventualmente assunti non contengano rame.

Mi preoccupa vedere come questi integratori, che molti prendono nella convinzione che “non possono che far bene”, contengono spesso, insieme a sostanze di cui effettivamente vi è una carenza nell’alimentazione moderna, anche quantità preoccupanti di ferro e rame.

Il ferro ed il rame vanno invece assunti solo dopo averne accertato, con le necessarie analisi, un’effettiva carenza poichè un eccesso, anche leggero, può essere dannoso.

Inoltre, la trientine, che costituisce la sostanza attiva principale del Laszarin, è da tempo usata anche in Italia, sotto forma di trientine cloridrato, a carico del Servizio sanitario nazionale, per i colpiti dal morbo di Wilson.

Mi sembra però preferibile non assumerla, fino alla conlcusione dello studio, se non nei casi di presenza di rame su livelli di rame veramente alti.

Mi sembra invece importante un’ altra considerazione: è noto che vi è nell’organismo una “competizione” reciproca tra zinco e rame. Più l’organismo assorbe rame e meno assorbe zinco, e viceversa.

Ebbene, è noto e risputo che nell’organismo dei diabetici vi è quasi sempre una carenza, e quindi un fabbisogno maggiore di zinco.

Mi viene il dubbio, dopo aver letto di queste sperimentazioni, che una, se non la sola causa, di questa carenza di zinco nei diabetici, sia appunto la loro tendenza ad assorbire ed accumulare troppo rame.

Gli integratori contenenti zinco, già in genere consigliati ai diabetici anche se non per questo motivo, potrebbero quindi essere utili anche per contrastare l’accumulo di rame e favorire l’eliminazione di quello in eccesso.

Riservando la trientine ai casi più gravi, potrebbero essere sufficienti degli integratori con livelli adeguati di zinco in forma facilmente assimilabile per mettere riparo a questo problema a quanto pare comune tra i diabetici.

Attenzione però, non certo in base al principio del “fai da te” che, in particolare per i metalli può essere, come si è visto, pericoloso.

Occorre invece accertare le quantità di questi metalli nell’organismo e ricorrere alla consulenza di un medico esperto in questa tematica.

Ecco gli estremi degli studi citati:

(1) G.J.S. Cooper, Y.-K. Chan, A.M. Dissanayake, F.E. Leahy, G.F. Keogh, C.M. Frampton, G.D. Gamble, D.H. Brunton, J.R. Baker, and S.D. Poppitt: Demonstration of a Hyperglycemia-Driven Pathogenic Abnormality of Copper Homeostasis in Diabetes and Its Reversibility by Selective Chelation: Quantitative Comparisons Between the Biology of Copper and Eight Other Nutritionally Essential Elements in Normal and Diabetic Individuals. Diabetes 54: (5) 2005

(2) G.J.S. Cooper and associates: Regeneration of the Heart in Diabetes by Selective Copper Chelation. Diabetes 53:2501-2508, 2004