Lo stress: quando non basta

Lo-stress

Lo stress: quando non basta. Uomo con la clava Lo stress lo conoscono tutti, chi più chi meno, quasi inutile dunque “stressare” che si tratta di una percepita minaccia la quale scatena determinate reazioni psico – fisiche nell’organismo.

Al giorno d’oggi, le problematiche derivanti dallo stress sono dovute al fatto che anatomicamente, fisiologicamente, ma soprattutto istintivamente (come scrivo nei miei libri), siamo uomini con la clava che viaggiano su navette extra – super – spaziali; studi genomici hanno dimostrato che il nostro patrimonio genetico e DNA è quasi identico a quello dei nostri antenati di 10,000 anni fa.

Mentre è vero che piccoli cambiamenti si “accumulano” nel DNA, l’evoluzione è un processo lento. Cambiamenti significativi genetici si manifestano dopo migliaia di anni, addirittura 10,000 prima che il cambiamento genetico si diffonda nella popolazione.

Un classico esempio è l’intolleranza al lattosio, molto diffuso: 10,000-12,000 anni fa l’uomo ha iniziato ad allevare bestiame (mucche, capre e pecore), passando così da uno stile di vita nomade ad uno agricolo e più sedentario.

Pertanto l’uomo si è alimentato con latticini per migliaia di anni, eppure l’intolleranza al lattosio non era così diffusa qualche decennio fa come lo è oggi.

Oggi il nostro software biologico è molto in ritardo rispetto allo stile di vita che ci siamo creati noi, circondati sia da un eccesso di cibo sia da un eccesso di tecnologia; l’uomo è sempre “programmato” per correre e cacciare, mentre le “corse” al giorno d’oggi sono sullo schermo di un pc, tablet o smartphone.

La tecnologia è anche entrata in scena sul posto di lavoro. Quando ho iniziato a lavorare nel 1998, le cartelle cliniche erano ancora cartacee, mentre nemmeno trent’anni dopo, il cartaceo è quasi “bandito”, con la triste conseguenza che questa iper – tecnologia ha creato un “nuovo” tipo di stress non indifferente, specialmente sul posto di lavoro. Ahi…

Stress lavoro – correlato

Si stima che circa il 28% della forza lavoro utilizzi una piattaforma digitale (computer, tablet e/o smartphone).

Nel 2025, in questi anni post – pandemia da COVID 19, si stima che 3,57 milioni di lavoratori in Italia lavorino in modalità smart working, il cosiddetto “lavoro agile” (in base ai dati dell’Osservatorio Smart Working del policlinico di Milano).

Il problema relativo alle piattaforme digitali è che non vi sono quasi più confini tra il lavoro e la vita privata. Che si tratti di smart working o non, molti lavoratori si sentono “inseguiti” da e-mail e messaggi e negli ultimi anni sono stati pubblicati vari studi che hanno valutato l’effetto di un lavoro digitale sulla salute del lavoratore (ved. ad esempio “Remote Working and well-being: A study of the Stress Impact of Telecommuting”, pubblicato a marzo 2023 sulla rivista Occupational Health Psychology).

L’Italia e una Repubblica democratica fondata sul lavoro” così dichiara il primo articolo, il più noto della Costituzione del 1948. Ma come mai, d’emblée, faccio riferimento alla costituzione?

Sin da quando ero bambina mi ricordo che si parlava degli italiani in termini di grandi lavoratori e risparmiatori. Cosa è cambiato?

A mio avviso negli ultimi decenni è cambiato il modus operandi. Decenni fa, il lavoro era in tutti i sensi fisicamente “legato” al posto di lavoro, a meno che non si trattasse di un professionista che continuava a lavorare da casa e vi era un numero maggiore di lavoratori manuali, operai ed artigiani.

Con l’entrata in scena dei computer, i robot e l’automazione, tanti lavori hanno cambiato faccia.

Si stima che nei paesi sviluppati, circa l’80% della forza lavoro utilizzi i computer. Di questi 80%, stime del 2024 riportano che il 97% utilizza computer, mentre un 66% anche gli smartphone. In teoria il lavoro si dovrebbe essere evoluto, oltre all’essere diventato più gestibile e flessibile. Vale però il detto che tutto ciò che luccica non è oro.

Si inizia a parlare di stress correlato al lavoro per la prima volta negli anni 1960-1970; vi è d’altronde anche il campo della psicologia della salute sul lavoro che si occupa della tematica. Negli anni 1980, vi è stato un notevole incremento dei casi di stress correlato al lavoro e l’argomento è diventato una tematica di rilievo, per via della globalizzazione e l’entrata in scena graduale dei computer.

La tematica continua ad assumere maggiore rilevanza e nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblica emette delle linee guida sulla gestione della salute mentale sul posto di lavoro (Recommended effective lnterventions to improve mental health at work).

Per tantissimi lavoratori, la pandemia da Covid-19 ha influito molto nel cambiare in tutti i sensi il posto di lavoro, per alcuni in positivo ma per altri in negativo.

Tornando al poco gradito nemico stress, un’importante revisione relativamente recente riporta che il lavoro sia tra le cause maggiori dello stress della vita moderna (Life Stress and Health: A Review of Conceptual Issues and Recent Findings, George M. Slavich e colleghi, pubblicato sulla rivista Technical Psychology nell’ottobre 2016). Ho citato uno studio, ma ve ne sono tanti a tale riguardo.

Ma cos’è di preciso a rendere il lavoro stressante?

In generale, gli psicologi fanno riferimento al carico di lavoro, ambiguità del proprio ruolo professionale, insoddisfazioni professionali, e-mail continue ed il sentirsi perseguitati dal proprio lavoro, mobbing in certi casi, insicurezza del posto di lavoro, conflitti, scarso riconoscimento ed in generale uno scarso equilibrio tra lavoro e vita privata. Ma non finisce qui…

Tecnostress

Sul piano fisico, gli effetti del Tecnostress includono cefalea, dolori muscolari in modo particolare tensioni al collo, stanchezza, insonnia, ansia ed irritazione.

Una revisione di 47 studi riporta che il tecnostress, oltre a causare disturbi di natura psicologica, potrebbe addirittura causare disturbi comportamentali. Dovrebbe pertanto essere diagnosticato quanto prima (Definition, symptoms and risk of tecnostress; a systemic review, pubblicato da Giuseppe La Torre e colleghi sulla rivista Internal Archives of occupational Environmental Health a gennaio del 2019).

Lo studio ha preso in considerazione il tecnostress dal punto di vista del sovraccarico tecnologico e la complessità della medesima. Lo studio riporta anche quanto sia fondamentale un adeguato supporto psicologico: dovrebbe essere garantito da parte del datore di lavoro, come lo è stato nel caso dello studio in questione.

DECRETO 81

Anche dal punto di vista legale, lo stress sul lavoro è un problema non indifferente per il legislatore. Nel 2008 è stato pubblicato il Decreto 81 Testo Unico; esso prende in considerazione vari aspetti della salute fisica e psicologica del lavoratore, oltre a varie misure di sicurezza sul posto di lavoro. Dal 2008 vi sono stati aggiornamenti; l’ultimo risale a dicembre 2025.

Lo stress psicologico del lavoratore è preso in considerazione, e facente parte di questo stress, vi è anche il tecnostress. A mio avviso, man mano che la tecnologia “progredisce”, aumenterà di più il tecnostress ed in generale lo stress. Sappiamo che prevenire è meglio di curare….

Il Burn Out

Il burn out è una sindrome bio-psico-fisica ma derivante da stress prolungato per via del lavoro; è caratterizzata da esaurimento, cinismo, distacco dal proprio lavoro, la sensazione di essere poco performanti e la sensazione di inefficienza.

Cosa fare?

Trattasi di periodi di stanchezza prolungata, è fondamentale una diagnosi appropriata.

Il burn-out è un campanello d’allarme che non va sottovalutato, ma paradossalmente, anche se può sembrare istintivo ed intuitivo, non è così facile diagnosticare il burn-out.

In Italia si stima che lo 0,5% della popolazione sia affetta da stanchezza cronica. Inoltre, dati del 2025 riportano che il 9% dei pazienti in assistenza primaria siano affetti da long-Covid 19.

In teoria il burn-out è un’affezione che andrebbe valutata da un punto di vista lavorativo, emotivo, psicologico e fisico ma, nella maggior parte dei casi, il diretto interessato “sa di sapere” che si tratta di un problema indotto dal contesto lavorativo.

Pur essendo il burn-out relativamente noto a molti lavoratori, specialmente nel caso di professionisti della salute, figure manageriali ad alto livello ed in genere professionisti soggetti ad un alto carico emotivo e molte responsabilità, è spesso sotto riportato e sotto dichiarato.

Nel 2024 l’INAIL ha segnalato un aumento del 100%, nelle dichiarazioni di disagio sul posto di lavoro ma ciò nonostante il burn out non è riconosciuto ufficialmente.

La prima cosa da fare è tentare di stabilire la diagnosi, cosa paradossalmente non sempre facile.
La diagnosi è sia clinica sia psicologica, ed è necessario escludere cause psichiatriche quali ansia e depressione. A tale proposito possono essere utili questionari psicologici (Beck Depression Inventory e Maslach Burnout Inventory).

Il fulcro della diagnosi è la sintomatologia clinica, tuttavia si dovrebbero prendere in considerazione anche parametri clinici, quali disturbi del sonno, alterazioni del ritmo cardiaco, la pressione sanguigna e sintomatologia psicosomatica (cosa tutt’altro che facile) visto che il burn out si sovrappone a numerosi altri disturbi e non vi è una modalità diagnostica “standardizzata”, gli accertamenti potrebbero essere una sfida.

A tale proposito cito 2 articoli:

The Diagnosis of Burn out: Some Challengers pubblicato nei 2022 da G Parker e colleghi sulla rivista The Journal of Nervous and Mental Disease. L’articolo mette in mostra quanto sia difficile la diagnosi, ed il fatto che non ci sono criteri universalmente condivisi.

Burn out: A Fashionable Diagnosis, pubblicato da P Wolfgangg e colleghi nel 2011 sulla rivista Scandinavian Journal of Psychology. Questo articolo dal titolo apparentemente sarcastico, (Burn out: Una diagnosi alla moda) mette in rilievo il fatto che il burn out è troppo diffuso, quasi una diagnosi di tendenza; eppure stiamo parlando di 25 anni fa.

Per vari motivi potrebbe non essere sempre agevole accedere a tali servizi; sono tuttavia sempre raccomandati in casi gravi di stress e burn out (come riportato nella letteratura scientifica).

Il successo di un intervento di natura psicologica o psicoterapeutica dipende da 2 fattori:

  • la relazione tra paziente e psicologo o psicoterapeuta (il cosiddetto rapport);
  • il tipo di psicoterapia.

In questi casi è raccomandata la psicoterapia cognitivo comportamentale. Permette di identificare schemi di pensiero disfunzionali, modificando comportamenti negativi e sviluppando strategie pratiche.

È necessario definire limiti concreti tra loro e tempo libero e tentare di mantenere un dialogo aperto tra colleghi e supervisori.

Se lo stress è intenso, prolungato e/o associato a manifestazioni fisiche, è opportuno pensare al soma; la parola deriva dal greco antico e significa “corpo”.

Se vi sono dei sintomi fisici in caso di stress prolungato o burn out, altro non è che una delle numerose manifestazioni tra il legame mente – corpo (psiche – soma).

Queste sono le analisi che consiglio ai miei pazienti:

  • Analisi di routine, quali emocromo, funzionalità renale ed epatica.
  • Livelli di cortisolo. L’asse cortisolo – burn out è complesso, e non vi è una letteratura univoca, pur essendoci molti studi. In alcuni casi i livelli sono del tutto normali, mentre in casi di stress acuto vi può essere un aumento ed in casi di stress prolungato una diminuzione. Ritengo che una misurazione dei livelli di cortisolo possa offrire una chiave di lettura.
  • Livelli lì vitamina D3. I livelli possono essere bassi, specialmente in chi passa tanto tempo in ufficio oppure a casa davanti nello schermo.
  • Ormoni della tiroide, in modo particolare il TSH. È molto sensibile allo stress, specialmente nel sesso femminile.
  • Anticorpi ai virus EBV s CMV. Lo stress può anche colpire il sistema immunitario.
  • Marker infiammatori VES e PCR; c’è un collegamento tra stress e malattie croniche associate all’infiammazione.

DOVE C’È LA VOLONTÀ C’È ANCHE UNA VIA

In un mondo ideale lo stress non esisterebbe, mentre in un mondo quasi ideale si corre al riparo, ovvero, si gestisce lo stress. Come sempre però, ricordiamoci che prevenire è meglio di curare.

Siate onesti con voi spessi se sospettate che potreste essere affetti da burn out.

Riaddestramento respiratorio (link) in tutte le fasi di burn out, ed indipendentemente dall’assunzione o non di farmaci, favorisce rilassamento mentale, fisico e lucidità mentale.

Attività fisica osservando una corretta respirazione. L’intensità dovrebbe essere proporzionale al livello di burn out. In casi di stanchezza eccessiva, è opportuno iniziare con attività meno intense e per pochi minuti, come ad esempio una camminata lenta, poi più veloce, per più tempo e così via.

Non dimenticatevi il caro vecchio consiglio di alzarsi dalla scrivania e fare qualche passo ogni 30 minuti, 15 in un mondo ideale.

Prestare attenzione ad una corretta alimentazione. Spesso lo stress induce a “mangiare male”.

In casi lievi, rimedi, fitoterapici sono utilissimi per calmare la sensazione di ansia.

Sempre in casi lievi, rimedi omotossicologici ed integratori mirati possono essere di supporto per l’organismo in generale.

Cercare di distrarsi ascoltando musica, leggendo libri o dedicando del tempo ad un’attività che fa piacere.

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