Semaglutide: tra benefici, rischi e alternative naturali

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Semaglutide: tra benefici, rischi e alternative naturali. È superfluo dilungarsi in dati e statistiche, i numeri sono in costante aumento negli ultimi decenni per via dello stile di vita e l’urbanizzazione; l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che dal 1975 la prevalenza dell’obesità a livello globale è quasi triplicata.

Il sovrappeso, l’obesità ed il diabete di tipo 2 sono strettamente collegati. Questo perché il grasso addominale (il cosiddetto grasso viscerale) è metabolicamente attivo, oppure, se vogliamo dis – attivo (dal prefisso greco che denota “mal”). Non è un deposito di energia (grasso bruno) deputato anche alla termoregolazione, bensì è peculiare in quanto non è un accumulo passivo ma rilascia ormoni e molecole (dette citochine) che promuovo l’infiammazione e l’insulinoresistenza.

Passando oltre la famigerata prova costume, il sovrappeso, l’obesità ed il diabete mellito di tipo 2 rappresentano rischi significativi per la salute, (per alcuni tipi di tumore, patologie osteo – articolari, problemi metabolici, cardiovascolari, renali, dell’apparato visivo ed altro).

Alla luce di questa premessa poco rassicurante, nel 2017 appare all’orizzonte la molecola peptidica sintetica semaglutide nella veste del nobile salvatore. La semaglutide è un agonista del recettore GLP-1; GLP denota Glucagon Like Peptide. Questi recettori si trovano nel pancreas, intestino e cervello; regolano l’appetito, la sazietà e livelli di glucosio nel sangue; quando sono attivati regolano la secrezione di insulina.

Pertanto, gli effetti clinici di questo farmaco consistono nel ridurre l’appetito, favorendo la perdita di peso, riducendo i livelli di glucosio nel sangue, abbassando la glicemia, migliorando il profilo lipidico, riducono la pressione arteriosa e conferiscono una protezione renale.

La cronistoria di questo “giovane” farmaco è relativamente inusuale: dopo la sua nascita per il controllo glicemico nel trattamento del diabete di tipo 2, in vari studi clinici si è riscontrato un effetto collaterale molto gradito: una perdita significativa di peso corporeo.

Questo dato ha portato a nuovi trial clinici con dosaggi mirati specificatamente per la perdita di peso; in questa transizione evoluzionaria, nel 2021 la semaglutide è stata approvata dalla FDA negli Stati Uniti (Food and Drug Administration, Ente deputato al controllo della sicurezza di cibi e farmaci) per il controllo del sovrappeso cronico con condizioni correlate. In Italia invece, nello stesso anno la semaglutide in formulazione orale ha ottenuto rimborsabilità per il controllo del diabete di tipo 2; l’approvazione per l’obesità è arrivata più tardi, a luglio del 2024 quando l’AIFA (l’Ente deputato alla farmacovigilanza) ha autorizzato la sua immissione in fascia C (per cui è a pagamento).

Non è sorprendente o difficile immaginare perché durante gli anni della pandemia da Covid-19 vi sia stato un incremento di peso in molte popolazioni in generale. I motivi sono ovvi: un maggiore consumo di cibi raffinati e processati per via della noia, tristezza, frustrazione e depressione in molti casi, “condito” da maggiore sedentarietà e ridotta attività fisica sportiva.

Vari studi scientifici hanno preso in considerazione la tematica in questione; cito uno studio autorevole: Obesity and weight changes during the COVID-19 pandemic in children and adults: A systematic review and meta – analysis, di N. Andersen e colleghi, pubblicato sulla rivista Obesity Reviews. Questo studio ha preso in considerazione oltre 70 studi; i ricercatori hanno concluso che vi era stato un aumento ponderale di peso sia negli adulti sia nei bambini. Questo aumento non era significativo da un punto di vista statistico, ma ciò nonostante tale aumento di peso potrebbe comportare ripercussioni cliniche rilevanti.

Negli anni successivi alla pandemia, in generale alcuni soggetti hanno perso del peso, ma una quota consistente lo ha mantenuto; i dati disponibili non sono ancora sufficienti per tracciare un quadro conclusivo, ma mettono in luce una tendenza emergente preoccupante.

Torniamo dunque a parlare della stretta alleanza sovrappeso ed obesità – diabete di tipo 2; è una delle evidenze più solide della medicina. Grandi studi di coorte (studi osservazionali che seguono determinati gruppi di persone a lungo termine) lo dimostrano costantemente.

Ad esempio, uno studio cardine del 2001, Diet, Lifestyle and the Risk of type 2 Diabetes in Women, di J. Meir e colleghi. Lo studio ha valutato oltre 80,000 donne e la conclusione è stata che il sovrappeso, ma in particolare l’obesità, sono il principale fattore di rischio modificabile per il diabete di tipo 2 nelle donne.

Un altro studio in piena sintonia con quello appena citato è l’EPIC – InterAct Study: A study of Lifestyle Behavioral Factors on the Risk of Type 2 Diabetes in European Populations del 2014 di G. Nita e colleghi che ha seguito “solo” oltre 300,000 Europei ed ha rilevato che sia il BMI (Body Mass Index, l’indice di massa corporea) sia la circonferenza vita predicono fortemente il rischio di diabete di tipo 2.

Detto ciò, la semaglutide è stata definita da alcuni un punto di svolta nella gestione dell’obesità e del diabete di tipo 2. In termini clinici però non è un “salvatore” in quanto l’obesità è una condizione complessa e cronica.

Il punto chiave nella storia della semaglutide è che le ricerche ed i successi in casi di diabete hanno portato ad ulteriori studi centrati sull’obesità.

Un crescente corpo di evidenze ha studiato l’effetto della semaglutide prima nella gestione del diabete di tipo 2 e successivamente, come abbiamo visto, nella gestione dell’obesità.

Ved. ad esempio: Semaglutide for type 2 diabetes mellitus: A systemic review and meta – analysis, D. R. Matthees et al, 2018.

Semaglutide 2.4mg once a week in adults with obesity or overweight, and type 2 diabets (STEP 2): a randomized, phase 3 trial di M. Davies et al 2021.

Sebbene abbia citato solo 2 studi, la letteratura complessiva è costante e statisticamente significativa.

Andando avanti nella cronistoria della semaglutide, questo farmaco, che è stato una pietra miliare nel trattamento del diabete di tipo 2 e successivamente dell’obesità e del sovrappeso, è poi stato adottato da persone semplicemente in sovrappeso anche per fini estetici. Questo sconfinamento nell’ambito estetico per chi è solo in sovrappeso e per il resto in buona salute cambia il cosiddetto rapporto rischio – beneficio.

In generale, la semaglutide è ben tollerata, ma come lo è il caso per tutti i farmaci, ci possono essere effetti collaterali più o meno gravi. A tale proposito, uno studio “fresco di stampa” (2025) prende in considerazione il concetto dell’arma a doppio taglio che può essere la semaglutide:

Ved. Semaglutide: Double-edged Sword with Risks and Benefits di L. Pilarisetti e colleghi.

È una rassegna narrativa che invita alla riflessione. I benefici sono ormai noti, ma serve un monitoraggio attento; il farmaco dovrebbe essere riservato a pazienti selezionati.

Potenziali effetti collaterali sono:

Nausea, vomito, diarrea, stitichezza, dolori addominali, eruttazioni, reflusso, più raramente pancreatite ed ostruzione intestinale (anche dovuta al rallentato svuotamento gastrico). Affezioni renali secondarie agli effetti gastrointestinali.

Aumentato rischio di carcinoma tiroideo midollare (riscontrato in ratti di laboratorio in alcuni studi).

Altri studi osservazionali invece hanno stabilito un possibile legame tra la semaglutide ed una neuropatia ottica ischemica anteriore (una perdita indolore della visione in un occhio, spesso notata al risveglio), ma i dati sono contrastanti. Non vi sono rischi assoluti, bensì si tratterebbe di un caso ogni 10,000. Tuttavia, se si tratta semplicemente di sovrappeso, perché rischiare?

L’uso in alcuni casi inappropriato della semaglutide ha portato in certi periodi, ad un esaurimento delle scorte. Questo uso inappropriato ha spinto l’AIFA ad intervenire con un monito riguardo la prescrizione della semaglutide.

Mentre stavo finendo di scrivere questo articolo, mi è “caduto l’occhio” su un articolo recentissimo (2026) pubblicato sulla rivista British Journal of Opthalmology di E. Margoin e colleghi dal titolo Ischaemic optic neuropathy with semaglutide: a global analysis of sex- and formulation- specific risk.

Lo studio ha valutato oltre 30 milioni di segnalazioni in un database; segnalazioni spontanee. I ricercatori riportano un aumentato rischio di neurite ottica ischemica in soggetti di sesso maschile ed un rischio indiretto nel dosaggio più alto della formulazione di semaglutide prescritta per il controllo del peso. Pur non avendo stabilito un rischio assoluto, come lo è il caso negli altri studi, si tratta di un monito significativo.

PERCORSI NATURALI OLTRE LA SEMAGLUTIDE

A ben vedere, la semaglutide è stata prescritta a gruppi di persone molto diverse tra loro; come se le complessità individuali potessero essere appiattite dall’unica soluzione denominata semaglutide.

In sostanza, il problema dell’obesità e del sovrappeso va ben oltre i numeri della bilancia. L’obesità è un problema sistemico con profonde radici biologiche e psicologiche.

Dalla prospettiva psicologica, l’obesità è collegata ad una complessa interazione di sofferenze psicologiche.

Cito uno studio interessante: Psychological Issues Associated With Obesity, pubblicato nel 2024 da Y. Segal e colleghi. Si tratta di una panoramica generale delle dimensioni psicologiche dell’obesità. Gli autori di questo studio riportano che l’obesità è strettamente intrecciata a fattori psicologici, quali depressione, ansia, bassa autostima, stigma ed alimentazione emotiva.

La depressione e l’ansia sono bi – direzionali: possono essere la causa o la conseguenza dell’obesità e si alimentano a vicenda.

È facile capire che la semaglutide non può essere un trattamento a lungo termine. Si dovrebbe invece intraprendere un percorso di natura psicoterapeutica mirato ad affrontare le radici dei comportamenti emotivi che sostengono l’obesità.

L’approccio dovrebbe inoltre essere multi – disciplinare ed integrare piani alimentari ed esercizio fisico.

Alla luce di quanto precede, è chiaro che la semaglutide non è né una panacea né una soluzione permanente, specialmente in casi di obesità.

Per ciò che concerne invece il diabete di tipo 2, è ormai noto che cambiamenti nello stile di vita possono a portare benefici notevoli (invito il lettore di questo articolo a leggere il mio libro “Sport è Salute” edito da Macrolibri).

Giunti a questo punto, sorge spontanea la domanda su quali possono essere le alternative di supporto alla semaglutide dopo una potenziale sospensione nei soggetti che si preparano a cambiare radicalmente lo stile di vita. 

La sostanza cardine che viene in mente è la berberina, un noto alcaloide vegetale studiato per i suoi effetti sul metabolismo. Questo alcaloide naturale è estratto da piante come Berberis Vulgaris, Coptis Chinensis e Hydratis Canadensis. Il suo uso terapeutico risale a oltre 2000 anni fa, soprattutto nella medicina tradizionale cinese e la medicina ayurvedica.

Pare che in Europa fosse conosciuta già nel Medioevo ed è stata isolata chimicamente nel XIX secolo, permettendo studi più sistematici. Nel XX secolo venivano prese in considerazione le sue proprietà antidiarroiche e antidiabetiche, mentre dal 2000 in poi la ricerca si è concentrata sui suoi effetti a livello metabolico: un potenziale nel migliorare il controllo glicemico nel diabete di tipo 2, un effetto modesto sul colesterolo e trigliceridi; pertanto oggi viene studiata come supporto nel diabete di tipo 2, nella sindrome metabolica e come supporto per sovrappeso, ma non è considerata dalle principali linee guida.

La berberina non può sostituire la semaglutide nei casi in cui è clinicamente indicata; ma nel contesto di un approccio multidisciplinare può costituire un supporto complementare.

In varie formulazioni facilmente reperibili presso le farmacie sul territorio la berberina è associata al riso Rosso (contiene monacolina K) per potenziare il profilo lipidico e/o la silimarina che ne aumenta la biodisponibilità.

Ci sono molte pubblicazioni scientifiche sulla berberina, ved. ad esempio:

Glucose-lowering effects of berberine on type 2 diabetes: A systematic review and meta-analysis, 2022, W. Xie.

Berberine Ameliorates Obesity by inducing GDF 15 Secretion by Brown Adipocytes, 2023, c. Li.

Oltre alla berberina, altri composti naturali hanno mostrato avere un potenziale in casi selezionati come terapia di supporto in un contesto di medicina integrata:

  • Fibre solubili come Psillio e Glucomannano
  • Mioinositolo
  • Estratto di cannella
  • Acido alfa – lipoico
  • Preparati specifici omotossicologici possono essere iniettati per via mesoterapica per favorire il drenaggio del tessuto adiposo.

Per concludere questo lungo articolo: 

La semaglutide è un farmaco supportato da solide evidenze scientifiche, ma dovrebbe essere prescritta solo se il caso clinico lo richiede.

In casi di diabete di tipo 2 associati all’obesità, il migliore approccio è sempre quello multidisciplinare.

In altri casi, la berberina in particolare, ma anche composti naturali possono essere di supporto.

Una sana alimentazione ed attività fisica sono alla base di un approccio terapeutico.

Consultare sempre il proprio medico o farmacista di fiducia.

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