Metalli tossici killer: fatto o fantascienza? Giù la maschera. Nello scrivere un articolo su una tematica così dibattuta è doveroso offrire anche alla controparte (i metalli tossici) la possibilità di difendersi.
Non esiste una singola pubblicazione scientifica (su tutta la letteratura scientifica in rete, PubMed) che dimostri o parli del fatto che i metalli tossici siano privi di rischi per la salute. Tutte le pubblicazioni scientifiche partono dal presupposto che tali metalli tossici sono tutt’altro che innocui. Il discorso, a mio avviso, è che questo rischio dovrebbe essere preso maggiormente in considerazione e meglio valutato, definito e quantificato, obiettivo non certo facile.
Se si inseriscono le parole toxic metals (metalli tossici) su PubMed, la banca dati dei medici, appaiono ben 19.775 pubblicazioni. Sembrerebbe che molti istituti universitari e/o di ricerca prendano in considerazione la tematica da vari punti di vista teorici, ma per il benessere della popolazione dovrebbero essere anche i medici ad occuparsene da un punto di vista pratico-terapeutico.
Avendo chiarito la differenza significativa che vi è tra un metallo “pesante” ed un metallo “tossico”, osservo che ci sono anche molte pubblicazioni che prendono in considerazione la tematica della tossicità o meno di minerali che per definizione possono appartenere alla categoria dei metalli pesanti ma che diventano dannosi solo quando superano determinati dosaggi.
Cito ad esempio uno studio condotto nel 1997 a San Diego, California, e pubblicato sulla rivista «Nutrition» intitolato “Subtoxic intracellular trivalent chromium is not mutagenic: implications for safety of chromium supplementation”. Lo studio riporta che mentre molti tossicologi erano convinti che una forma di cromo (il cromo trivalente) fosse in grado di indurre mutazioni cancerogene nelle cellule, si è invece visto che esso non è responsabile di tali mutazioni, mentre lo potrebbero essere i radicali liberi.
Giunti a questo punto, sorge spontanea la domanda: se allora questi metalli tossici sono onnipresenti, e costituiscono un pericolo per la salute, dovrebbe essere abbastanza facile valutare a livello diagnostico le eventuali problematiche cliniche che ne derivano, vero?
No! Falso. È opportuno prendere in considerazione la complessità dell’organismo umano da due punti di vista: innanzitutto, l’eziopatogenesi delle malattie, che sono causate da fattori primari o secondari.
Nel prendere in considerazione i fattori primari ci riferiamo a fattori costituzionali, congeniti, genetici, detti semplicemente “difetti di fabbrica”. Questi sono fattori sui quali non si può in genere intervenire (anche se in realtà stanno emergendo terapie in grado di operare anche a questo livello, ma per ora non anticipiamo e complichiamo le cose). Per cui, se un soggetto è “destinato” geneticamente a sviluppare una malattia, non è facile impedirlo.
Vi sono tuttavia tanti approcci terapeutici che si possono intraprendere per migliorare, ritardare o addirittura prevenire certe affezioni.
Quando invece le malattie sono dovute a cause secondarie, è possibile considerare varie origini esterne, come ad esempio l’intossicazione da metalli tossici, da altre tossine non metalliche, traumi oppure problemi che derivano da una malattia già esistente. Ogni malattia è causata da un fattore primario o secondario, oppure da entrambi. Cito un esempio: una ipercolesterolemia (alti livelli di colesterolo nelle arterie) potrebbe essere primaria (in questo caso si chiama ipercolesterolemia familiare) o secondaria (dovuta ad accumuli abnormi nelle arterie per altri motivi); dei depositi abnormi di calcio nelle arterie potrebbero inoltre aggravare un quadro clinico di ipercolesterolemia familiare. Tanto per complicare il discorso, non è sempre possibile stabilire se una malattia sia causata da un fattore primario, da un fattore secondario, oppure da un mix dei due, non certo gradito!
Oltre ai fattori che causano le malattie, bisogna contemplare l’individualità di ogni essere umano; nel fisico ogni persona è individuale come essere umano, e lo è anche nello stato di malattia. È impossibile sapere ciò che una malattia ha “programmato” per chi ne è affetto (a meno che non si sia chiaroveggenti!)
La medicina può naturalmente fare previsioni statistiche, ma non si finisce mai di stupirsi nell’osservare come una malattia si manifesti, evolva e affligga in modo diverso ogni essere umano. Come mai certe persone reagiscono meglio a un trattamento e altre non reagiscono per niente? Come mai gli effetti collaterali di un farmaco non colpiscono tutti nello stesso modo? Come mai l’agopuntura non funziona per tutti? Queste poche domande (tra le migliaia che uno potrebbe porre) illustrano la complessità della tematica (si potrebbe iniziare a parlare di polimorfismi genetici, ma fermiamoci qui).
Le antenne del vispo lettore avranno già captato che lo sviluppo e il decorso di una malattia possono essere influenzati non solo da fattori primari e/oppure secondari, ma anche e soprattutto dall’individualità del soggetto.
Come trarre dunque una conclusione dalle considerazioni sopracitate?
Non è certo possibile pensare che un accumulo di metalli sia LA causa esclusiva e determinante di molte malattie; si tratta tuttavia di un fattore negativo che si può associare ad altre influenze nocive, aggravandole, oppure che peggiora uno stato di malattia già esistente. Cercare di accertare se vi sia un eventuale eccesso di metalli dannosi ed eliminarlo almeno parzialmente, con le dovute precauzioni – e perlomeno tentare di evitare ulteriori accumuli – non può che essere di aiuto per l’organismo.
Tuttavia, il mondo è bello perché è vario e, per un altro verso, mi sono capitati anche dei pazienti che si sono autoconvinti, la maggior parte delle volte a seguito di ricerche effettuate sul web (li chiamo, pur ovviamente senza preconcetti negativi, “pazienti internettizzati”), che i loro sintomi siano esclusivamente attribuibili a un’intossicazione da metalli e che si rifiutano di prendere in considerazione altre ipotesi o altri suggerimenti terapeutici se non una terapia chelante (e questo lo dico contro i miei interessi di scrittrice e medico specializzato in buona parte anche in terapia chelante; primus non nocere !)
Se tuttavia ci si trova di fronte a sintomi strani, in assenza di una diagnosi, oppure se una o più diagnosi e trattamenti sono già stati effettuati senza successo e si è alla ricerca di altri approcci terapeutici, allora vale la pena di prendere in considerazione la possibile presenza nell’organismo di un accumulo di metalli tossici e di affrontare e valutare il ricorso a una terapia chelante, diretta a espellere questi metalli e altre tossine.
Tenevo molto a scrivere questa parte dell’articolo.
Per ulteriori approfondimenti, si possono consultare anche i seguenti link:
Terapia Chelante, Avvelenamento da Metalli
Metalli tossici: una nuova conoscenza e coscienza?
Metalli Tossici: l’impossibilità di capire come e quando colpiscono
Viviamo in un mondo tossico, non necessariamente in un corpo tossico
La terapia chelante: che cos’è
Terapia Chelante, Avvelenamento da Metalli


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